Diritto ai buoni pasto in smart working

Il lavoratore “agile” ha diritto ai buoni pasto?

Quello del compenso del lavoratore agile, costituisce un tema molto dibattuto, a causa della laconicità del dettato normativo, che ne disciplina il trattamento economico.

Come noto, l’art. 20, c. 1, d.lgs. n. 81/17, stabilisce che Il lavoratore che svolge la prestazione in modalità di lavoro agile ha diritto ad un trattamento economico e normativo non inferiore a quello complessivamente applicato, in attuazione dei contratti collettivi di cui all’articolo 51 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, nei confronti dei lavoratori che svolgono le medesime mansioni esclusivamente all’interno dell’azienda”.

L’art. 51, d.lgs. n. 81/15 cit. si riferisce ai “contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale e i contratti collettivi aziendali stipulati dalle loro rappresentanze sindacali aziendali, ovvero dalla rappresentanza sindacale unitaria”.

‘E dunque fondamentale verificare la fonte contrattuale, per stabile quale sia la natura dei buoni pasto ivi disciplinati. La giurisprudenza e la dottrina hanno ripetutamente messo in luce la connotazione retributiva ovvero compensativo-risarcitoria dell’istituto, tipicamente preordinato a «sopperire alle necessità di quei dipendenti che, in base al numero di ore di prestazione lavorativa loro consecutivamente richiesta, si troverebbero nella impossibilità di consumare il pasto allontanandosi dai locali di lavoro».

Non verrebbe quindi in rilievo, ai fini della esclusione del diritto di beneficiare del detto buono pasto, la non controllabilità del lavoro, allorché sia connotato dalle caratteristiche della flessibilità e autonomia, né assume rilevanza il numero delle ore di lavoro del dipendente che si trovi in tali condizioni ma solo l’esistenza della possibilità, in capo allo stesso, di poter organizzare liberamente la propria attività lavorativa, non essendo costretto all’osservanza di una turnazione con servizio necessariamente continuativo durante il turno e non realizzandosi quindi, in tal caso, le condizioni per l’attribuzione del buono pasto. Al riguardo, soccorre anche  la disposizione di cui al d.l. 11 luglio 1992, n. 333, art. 6 –convertito, con modificazioni, nella legge 8 agosto 1992, n. 359 – che al co. 3 esclude, in linea generale, la connotazione retributiva dell’indennità di mensa, in quanto servizio sociale dell’azienda predisposto nei confronti della generalità dei lavoratori, e che, al successivo co. 4, fa salva la differente qualificazione convenzionale stabilita in sede di contrattazione collettiva.

La conseguenza sarebbe che, ove la contrattazione collettiva prevedesse l’erogazione di un’indennità sostitutiva alla generalità dei lavoratori, ivi inclusi coloro che, in concreto, non utilizzano il servizio mensa, detta indennità perderebbe il suo carattere assistenziale, per assumere natura retributiva e sarebbe pienamente computabile negli istituti retributivi differiti.

In alteri termini, esclusivamente nella suddetta ipotesi, ovverosia a fronte di una previsione contrattuale che svincolasse l’indennità dall’effettiva fruibilità della mensa aziendale e dalla connessa necessità di espletare l’attività lavorativa nei locali aziendali in ossequio ad una determinata articolazione dell’orario di lavoro, si potrebbe ipotizzare l’estensione dell’indennità di mensa o del buono pasto al lavoratore agile, per la parte della prestazione lavorativa espletata al di fuori dei locali aziendali. Diversamente, non ve ne sarebbero i presupposti, proprio per le particolari modalità di svolgimento della prestazione lavorativa, così come delineate dalla legge sul lavoro agile.

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